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SHELLEY, Naufragio e Processo

NUOVA PRODUZIONE ASSOLUTA

di Andrea de Manincor con gli attori di Casa Shakespeare – Regia di Solimano Pontarollo.
SABRINA MODENINI – GIULIA LACORTE – ANDREAPIETRO ANSELMI

Ricorrono i 200 anni dalla morte di uno dei poeti più importanti del Romanticismo. 

Peraltro, limitare la definizione a “poeta” – titolo già enorme, ingombro di significati e sensi – è, per uno come Percy Bysshe Shelley, un’impropria circoscrizione ad un essenziale elemento: la scrittura. Ma la sua vita stessa fu un’intera opera “romantica”, nell’accezione letteraria e stilistica del termine. 

In appena trent’anni, l’uomo Shelley abbraccia turbamenti e istanze che coniugano passaggi dall’antico al moderno: ribellioni, scivoloni nella depressione, euforici tentativi di una “repubblica dell’arte”, e molto altro. 

Giunge per caso, per un infausto caso, sulla spiaggia viareggina, a luglio del 1822: dopo una tempesta che lo ha colto nel viaggio … Che cosa è accaduto all’equipaggio dell’imbarcazione che lo ha portato fin lì? Perché è ossessionato improvvisamente dall’idea di essere braccato? Chi, cosa lo sta braccando? È solo una suggestione byroniana? È solo un improprio utilizzo di alcune sostanze di cui forse ha fatto uso con Polidori – e forse con la stessa Mary, la compagna – nella Svizzera di George Gordon? … Una donna e un uomo lo hanno accolto, sì, lì a Viareggio … gli par quasi di

conoscerli, ma non si rivelano, non si svelano … come mai quella sensazione di resa dei conti? 

Costretto a ripensarsi, Percy ripercorrerà le tappe fondamentali di una vita straordinaria, un passo prima di vedere la pace e la risoluzione dei propri stessi conflitti, in un giorno di Luglio, a Viareggio. 
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Prima nazionale

 

Questo testo non è un omaggio a Percy Shelley. Ma una costante,
ripetuta, insistita domanda sulle condizioni del suo destino.
È un’indagine e una specie di giallo, di cui la fine è saputa.
O meglio.
La fine la sanno tutti coloro che di Shelley si sono occupati: avviene per
naufragio, in un giorno di luglio del 1822, con i compagni di traversata
Williams e Vivian, durante il viaggio che da Livorno, sul trabaccolo o
goletta “Ariel” come lui stesso l’aveva battezzata, lo riporta alla casa di
Lerici – perché l’Italia era divenuta da tempo la sua patria d’elezione, e
scriveva, abborracciava più che correttamente testi in italiano – dove stava
soggiornando con la moglie, colei che diverrà una delle più note scrittrici
dell’800, la creatrice di uno dei miti letterari che turbano le nostre notti fin
dall’epoca della sua notorietà editoriale, cioè Frankenstein.
Ma quella creatura selvaggia, che Mary Shelley mette su carta per
inchiostro indelebile, la creatura composta nel mito già di una possibile
scienza ardita e progressiva, di una medicina pensata al di là dei confini
dell’umano, genetica e forse eugenetica, è il frutto di un Prometeo della
contemporaneità di allora, cioè il dottor Frankenstein; come Prometeo
portatore di un’idea di rivoluzione, di umanità in ribellione, che si sleghi
dai legacci sfortunati dell’inciviltà, dell’ignoranza e dell’oppressione.

E Prometeo si sente anche il nostro Shelley; nostro, quello che esce dalle pagine di qui, a cui abbiamo voluto dare una consistenza di personaggio, o di fantasma, perché nello sviluppo dell’improvvisato tribunale del “limbo”, rappresentato da un uomo e una donna di età diverse, Judge eShe, davanti al quale sciorina sensazioni di vita, egli è già fantasma che non sa di esserlo, è già presenza che è assenza.
Dal suo “Unbound”, caposaldo della rappresentazione prometeica di Primo Ottocento, parzialissima traduzione dell’originale di Eschilo di cui Shelley mantiene appena 24 versi, perché il resto sarà tutta farina del suo proprio sacco, usciranno le uniche citazioni in versi che sono state centellinate nel testo rappresentato.

Non abbiamo voluto essere precisi per forza nella biografia, nella descrizione e giustificazione di fughe, di viaggi, di incontri che Shelley effettua o incrocia nel corso della propria esistenza terrena: fra cui gli allontanamenti dal tetto coniugale, l’ambizione di una vita al di là di ogni libertinismo, vissuta in comunione con Mary, con la sorellastra di quest’ultima, Claire, e di chissà quante altre donne. Ma abbiamo voluto racchiudere tutto nell’evocazione di un linguaggio che continua a fluttuare, incerto, fra verità ed evocazione, fra concretezza e simbolo, perché così abbiamo pensato Shelley: diviso fra aspirazioni assolute, afflati di alta condivisione umana e pietà e persuasione alla ribellione, e necessità più materiche, volte al compromesso di sé nel mondo, o a sovvenire gli amici, Byron fra tutti, a causa di eccessi e sregolatezze che inguaiano i rapporti, complicano la vita di persone care o vicine.

Shelley giganteggia e allo stesso tempo arranca dietro una verità, dice e poi zittisce, recupera la memoria della tempesta e dubita, poi gioisce … e in questo modo diventa una specie di capro espiatorio di una generazione di poeti come lui (Keats ancora fra gli inglesi, il ragazzino Novalis fra i tedeschi, il protoromantico Lenz) e che, un po’ come accadde
in un più recente passato novecentesco a Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, o a certi solisti del Jazz come Dexter Gordon o John Coltrane o Charlie Parker (per citare Geoff Dyer), o più recentemente a Jeff Buckley, a Kurt Cobain, o in condivisione con certi “poeti” della tastiera, contemporanei di Shelley (Schubert, Chopin, Mendelssohn), non superarono o superarono di poco la profetica soglia dei trent’anni di vita.

Biografie di Gesùcristi in minore, filigrane appannate da un senso di
imitazione, talvolta, più che di verità, più che da un: “questo sono io”.
Come se, intorno ai trent’anni – Mimmo Locasciulli docet – avessero
esaurito lì una spinta esistenziale, come se l’avessero consumata lì, come

se – ed è il caso di Shelley – avessero comunque voluto sfidare le onde
letteralmente di un destino per vedere cosa ci fosse qua e là.
Ed è questo stesso “sfidare” che viene messo sotto la lente dei gestori di
questo “passaggio stretto” fra vita e morte, fra realtà e alterità.
E dalla vita vissuta, dalla vita-multiverso della realtà giunge infine Mary,
che rende consapevole il fantasma di Shelley della sua “finita esistenza”, e
davanti a Mary il poetico ribelle, il primattore Shelley tace, balbetta poco e
si rintana in un angolo di perdono.

Qui della leggenda del cuore di Shelley che non bruciò sulla pira in riva al
mare il giorno della sua cremazione, 6 agosto 1822, facciamo una delle
tracce del nostro testo.

Il cuore è pesante o se ne è andato; Shelley, come ogni creatura che si
ritiene vivente, non bada se palpiti; ma lo sente pesante, e
definitivamente Mary gliene racconterà la leggenda – per tranquillizzarlo
fino alla “Pietà” michelangiolesca che diverrà con lei in scena, corpo che
muore e che non si solleva più.
Robert Schumann lo confessava a Clara Wieck, nei primi giorni del loro
grande amore: ci incontreremo di notte nella terra dei sogni e lì saremo
vivi e presenti l’uno all’altra; e così dirà anche Mary a Percy: ci
incontreremo nella terra dei sogni, vivremo là i nostri giorni più belli, e
non ci lasceremo mai.

In fondo, l’amore redime e salva anche i destini più incerti; e nella morte
di Shelley, redenta dall’amore di Mary, salpa la nave per un luogo
dantesco, quel limbo dove l’anima è certa di essere passata, ma non
saprà mai bene dove.

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